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mercoledì

La Scrivania.




ancora una volta l'abbiamo trovato nel nostro ufficio.

in lacrime.

Tranciafolli è abbracciato alla scrivania come un cane infoiato alla gamba di un padrone distratto.

mongoxxx lascia trascorrere sempre qualche attimo prima di chinarsi e di sollevarlo.

tentare di sollevarlo, perchè quello si lascia ricadere giù a peso morto.

allora mongo decide che tirarlo per la camicia stazzonata è inutile, scosta la presa alla collottola, e quando come ogni volta il tessuto cede ed il colletto si stacca con un riiiiiiiiiip dall'indumento, ecco che è Dietmar ad intervenire, affondando le dita tra i capelli del vecchio piagnucolante e trascinandolo fuori, mentre quello scalpita e batte i talloni sul pavimento come un redivivo max roach bacchette su tamburi e piatti.

guardo mongo che si accende una sigaretta, col movimento barocco di chi combatte la bellezza del disgusto che un amore così disperato suscita in chi lo osserva ormai da tempo, sempre qui, nella penombra dell'ufficio.

ai piedi della nostra scrivania.

i tasti della macchina da scrivere sono colmi di bava.


ma queste sono solo parole.
è bene che vi racconti i fatti.


*

(Molti anni prima, in un altro ufficio).

*

Tranciafolli, con un ampio movimento circolare del braccio, spinse le carte e i vecchi elastici giù dal tavolo.
Amava l'ordine, ma riusciva a combatterlo sommariamente soltanto col disordine.

Le giornate di straordinario, pensò, sono le peggiori.
E' quasi sera, non c'è freddo e ancora non c'è caldo, tra poco devo tornare a casa.

Le pratiche terminate sono sul piccolo tavolino di legno scuro.

Alzò lo sguardo al soffitto e notò ancora una volta la macchia di umidità così simile ad una donna svestita.

Socchiuse gli occhi ed ebbe un fremito agli inguini.

Sta succedendo,-pensò- sta succedendo...

Non accadeva spesso, ma quando la carne gli comunicava i propri bisogni non sapeva opporsi né negarsi un solitario piacere.

Scostò la sedia, scomparì nello sgabuzzino e tornò con la ramazza in mano.

Sollevò la punta della scopa fino alla macchia, quella forma femminile, e le tastò il pube -la zona di umidità simile ad un pube.
Si spinse sulle dita, grattò più forte con la sommità del bastone contro l'intonaco.

Non era ancora abbastanza.

Iniziò a colpirla con piccoli toc, ritmici e insistenti.

Con l'altra mano si toccò il sesso.

I colpi si fecero più insistenti, ed una sottile polvere di calce si sbriciolò dal soffitto, e per Tranciafolli fu come una richiesta lasciva.

Anche se il polso iniziava a dolergli, intensificò la violenza delle battute, fino a che dal piano superiore non giunsero delle grida di uomo.

Alle grida seguirono delle percosse di sedia sul pavimento, e poi degli insulti.

Tranciafolli si bloccò, perse l'equilibrio e cadde seguito per terra dalla sedia, dalla scopa e dalla pila scomposta di pratiche.

Il frastuono lo atterrì, gli fece scemare l'erezione e nascere il sospetto di essere malato.

Ebbe il tempo di sollevarsi che per le scale udì il suono di passi rabbiosi.
Poi bussarono alla porta dell'ufficio.

Bussarono con molta insistenza, con molta cattiveria, pensò Tranciafolli.
Si slacciò il nodo della cravatta e temette l'insorgere di un infarto, che però non giunse.

Rimase immobile, ansimando.

Da fuori la voce urlò che avrebbe protestato col capo ufficio, col portiere e con l'amministratore del palazzo: sapeva che si trattava di lui, Tranciafolli, e non era la prima volta che i colpi lo disturbavano e che avrebbe fatto di tutto per nuocere al suo lavoro.

Poi si udirono ancora i passi, poi più nulla.

Tranciafolli si rilassò un po', si risedette.

L'aveva fatta grossa.

Di certo le urla dell'inquilino erano state udite da tutti, dal portiere, da tutte le donne del palazzo.

Lo avrebbero deriso.

Sollevò lo sguardo e la macchia tentatrice era li, più oscena ancora.
L'intonaco sbriciolandosi aveva aperto una breccia, una finestrella triangolare dietro la quale rosseggiava la superficie dei mattoni.

Ebbe un fremito per quella donna così selvaggiamente aperta.
Si prese la testa tra le mani, trattenne un gemito, dardeggiò nell'aria con la lingua giallastra, sognando di assaggiare quel sesso pensile.

Bruciante di desiderio si strinse contro al muro, come un orso che ha freddo, si pressò negli angoli, si massaggiò i gomiti velati dalla camicia.

Perchè adesso questo desiderio di donna, perchè così forte e insistente?
Fissò il soffitto ed una stizza rabbiosa lo assalì.

La macchia aveva perso le sembianze di un corpo femminile ed era soltanto una macchia grigia.

Allora sfogliò con furia le riviste nel secchiello verde bottiglia, ma non trovò altro che numeri parole e visi di maschio.

Forse era meglio tornare a casa.
La moglie lo attendeva: tra le mura domestiche quella foia incontrollata lo avrebbe abbandonato.

Però poi pensò agli sguardi accusatori e disgustati dei condomini per le scale, e questo lo trattenne.

Intanto la passione lo prese ancora, e a provocarla fu il pensiero della macchina da scrivere della Guidini, nell'altra stanza.

I tasti della macchina da scrivere della Guidini: piatti, lucidi, e pregni del sapore delle dita di lei.

Ruggì quasi, pensandoci.

Si sentì perso, senza controllo.

Corse di la, accese la luce e si avvicinò allo strumento.

Sollevò il telo di protezione e gli si prostò davanti.

Ficcò le unghie nel legno della scrivania, poggiò il mento sul tasto lungo per gli spazi.

Ebbe l'immagine della Guidini dentro al cervello: le spalle rotonde e strette nel vestito, la curva del suo seno.

Con la punta della lingua sfiorò la F, poi la Q e la H, la J, scese a lambiere la B, la N, leccò il punto interrogativo e la virgola, poi i due punti.

Gli sembrò di sentire il sapore pastoso dei polpastrelli di lei, il calore della pelle.

Il cuore sbraitava e quelle urla represse erano come un sangue pazzo che gli scorreva nel corpo.

Non pensò neanche per un attimo di essere folle, si sentiva soltanto euforico e vivo.

Si ferì un po' la lingua scivolando su fino al rullo rotante e nero, insalivandolo disturbato appena dall'idea di un sesso maschile.

Sentì la pressione dei tasti sulle guance, taglienti contro la pelle.

Spinse tanto il viso tra i pulsanti che senza accorgersene fece scivolare la macchina da scrivere fino all'orlo del tavolo e poi giù per terra.

Seguì un rumore pesantissimo di ferraglia.

Dal piano di sotto giunse un urlo di protesta, poi dei colpi contro il soffitto.
Ma Tranciafolli non ci badò neanche.

Si accasciò sul pavimento, ansimando, le labbra sul legno consumato della pedana della scrivania.

Qui la Guidini poggia i piedi, e a volte forse scalcia via le scarpe e poggia la pianta nuda, paffuta e sudata.

Si esaltò a quel pensierò, e morse quel tratto di legno cilindrico come un cavallo eccitato stringe la mordacchia tra i denti.

Le sue spalle si contrassero e i fianchi gli si strinsero come un anello intorno alle ossa.

Senza rendersene conto si era spinto troppo fin dentro al cavo sottostante la scrivania.

Lui e il suo grasso.

Era rimasto incastrato.

Qualunque idea erotica svanì dalla sua mente e si sentì angosciosamente prigioniero

*

Si divincolò, si scosse tutto, ottenendo soltanto d far traballare il legno pesante.

Da sotto salirono nuove proteste.

Tranciafolli sentì il sudore inzuppargli il colletto della camicia.

Udì dei passi veloci perle scale, e diversi campanelli suonare.

Alzò lo sguardo al muro, all'orologio: le diciannove e cinquantotto minuti.
"Mia moglie avrà già apparecchiato per cena".

La paura pian piano scemò dal suo corpo.



Ma.



L'attenzione gli si bloccò su di un filo bianco, di media lunghezza.

Per terra.

Davanti al suo viso.

Pensò alla Guidini, e allora fantasticò che quello doveva essere di certo un pelo caduto dalle sue mutandine, durante le lunghe ore alla scrivania.

Un pelo di figa.

Avvertì lungo la schiena un vibrare di vertebre, sentendosi un baccello separato in due dal pollice esperto di una massaia.

Protese le labbra per succhiare la reliquia, troppo lontana.

Inspirò, tirò fuori la lingua, ma non riuscì a raggiungerla.

Poi ebbe un pensiero improvviso e sferzante: non era la scrivania a stringergli i fianchi incatenandolo, ma i muscoli sodi delle gambe della Guidini.

Un rigurgito di saliva gli colmò la bocca, si sentì animato da un vigore inaspettato e con colpi vigorosi dei reni prese a scuotere la pesante impalcatura di legno, sollevandosi sulle ginocchia e lasciandosi ricadere giù.

Il frastuono della scrivania montata e posseduta invase la piccola stanza, infuocò i suoi sensi trasformandosi nel gemito di una donna posseduta e sancì definitivamente la sua condanna.

Persa ogni pazienza gli inquilini riuniti sul pianerottolo forzarono la serratura della porta, ma non riuscendo nell'intento la scardinarono a spallate.


Gli uomini ebbero un moto di pena e disgusto, mentre le donne coprirono gli occhi ai bambini perchè non potessero vedere il ragioniere Tranciafolli, cinquantanove anni, seminudo e avvinto alla regolare geometria di legno di una scrivania gridarle esasperato, fremendo e godendo, "ti amo, Guidini, ti amo..."

******

(prologo con funzione di epilogo)

quando Rocco tempo fa tentò di dare fuoco al Salotto, distrutto all'idea che la sua piccola Estrelita avesse scelto di abbandonare le sessioni di gagging giravolte di dita nell'ano e filamentosi ceffoni allo sputo sulle tonsille, si presentò una sera vestito di tutto punto di lamè, lo sguardo ipertiroideo liquoroso e mesto vivificato appena da una striscia di coca, e tra suppliche e minacce ci chiese udienza qui nell'ufficio.
canella sulla polrona in fondo a nettarsi le unghie con la lama gelida di un bisturi, mongo a reprimere una torma di sbadigli di quelli che gli vedi nascere dietro l'epiglottide come uno stormo di corvi indecisi, ed io qui dietro la scrivania a scarabocchiare con una biro l'immagine di un cane sdentato e moribondo.
Rocco chiese che le venisse restituita Estrelita, lo chiese biascicando e spingendo in avanti il pube dietro la patta rinforzata dei calzoni.
"restituire" ripetè freddamente mongo, con il tono definitivo di chi depenna con un taglio definitivo di matita un nome da una lista.
"restituire" ripetè canella senza sollevare lo sguardo dalla piccola ferita appena provocata accidentalmente sulla cuticola di un'unghia.
bhe, di fatto Estrelita non era più con noi, dopo settimane di permanenza come cassiera nel locale e dopo aver preso residenza fissa e definitiva nel cuore di Docu.
docu ed estrela erano altrove, da giorni, quell'altrove fatto di luoghi lontani dei quali il vecchio docu vagheggia spesso, ma che esistono realmente nella topografia del suo dna di viaggiatore pazzo.
tagliando la testa al toro, col secco ZAK di un manolete annoiato, mongo risolse mentendo con gusto, raccontando che Esterelita fosse morta, scrocchiando come un cracker sotto la caduta di una pendola gigante, giorni prima, durante il tentativo di disincastrare le lancette bloccate.
fu li che rocco diede fuori di matto, schiaffeggiandosi il pacco, e in ultima soluzione svitando il tappo da un flaconcino di benzina portato per l'occasione, spargendosela addosso e poi dandosi fuoco tra le lacrime.
anni e anni di animal trainer aggrovigliano il cervello, te lo incasinano come un favo zeppo di api pazze.
in un primo momento io mongo e canella restammo estasiati alla vista di quel pupazzone fiammeggiante, ma poi, -cazzo-, noi si hanno in mano le chiavi di questa piccola sordida isola polverosa di musica tabacco e fantasmi, ed allora mentre i due guardiaspalle rincoglioniti di rocco si adoperavano a spegnere il capo a pisciate, tirammo giù una tenda e gliela calammo addosso, riducendo le fiamme a focherello e l'imbecille al ruolo definitivo di sfigato sopravvissuto.

bene, tutto questo per ricordare cosa ci fosse all'origine della vicenda della presenza di Tranciafolli nel nostro ufficio, adesso.

Rocco si salvò ma riuscì a trasferire le fiamme alla nostra scrivania, che ne fu in parte distrutta.

Acquistammo da un rivenditore la mobilia di un ufficio dismesso, compresa la scrivania e la macchina da scrivere all'origine di questa vicenda.
La scrivania della Guidini.

*

Ecco perchè ogni due mesi circa, quel tragico panzone innamorato e folle di Tranciafolli penetra qui, nel Salotto Buono di sZ, eludendo la sorveglianza con i più bizzarri stratagemmi, ed invade silenziosamente il nostro ufficio, sognante, per riappropriarsi in un molle abbraccio sessualissimo della Scrivania, ficcandocisi sussultante sotto, sbattendoci contro, la lingua lappante a succhiellare tasto per tasto la vecchia Lettera 21 della Guidini.


HB

Sputerò sulle vostre Tombe. ( La Ballata di Totò C. )

anche i cubetti di ghiaccio smettono di essere indifferenti ed assumono un'espressione pur sempre quadra, ma schifata.

i tre bestioni aprono la porta del locale a calci, tendono le braccia in avanti come se stesse per comparire wanda osiris in cima ad una scala di luce, e lasciano che l'uomo avanzi, pacioccoso e tirato a lucido nel suo completo tre pezzi blu notte.

Si guarda in giro, rotea gli occhietti tondi dietro le lenti degli occhiali costosissimi e poi con piccoli passi da gheisha timida saltella fino al bancone, dove ordina una spremuta d'arancia.
chiude le labbra a culetto di pollo e aggiunge, arrossendo orgoglioso "...siciliana".

è la sua trasferta allegra, è la prima notte da condannato felice e strafottente, il ciuffo sulla fronte brilla di gel costosissimo, una flora di peli azzurrini riluce sotto la pelle sgrassata delle guance, cinque anni sono allegri e remotissimi, non arriveranno mai, e domani li festeggerà con una guantiera di cannoli giganti traboccanti ricotta e canditi.

l'orchestra ha smesso di suonare, e il rumore di quella sua succhiata lunghissima, un sorso a fior di labbra che sancisce il sequestro del succo dal bicchiere alla sua bocca si prolunga ficcante come la punta di uno spillo rovente in un timpano.

mostra il palmo paffuto della mano e col dorso si netta lo spazio tra il naso e il mento, lasciando un'unica molle strisciata di semini e nervetti d'arancia.

allunga una mano, e ficca le dita nella ciotola di frutta secca, rovista, spilucca e lascia tracimare anacardi e arachidi, per poi raccoglierne un pugno con la grazia di una pala meccanica, e ficcarselo in bocca.

"è bieddu stu poistu" commenta, ruotando sul perno dello sgabello.

si guarda intorno, sorride scoprendo dentini piccoli ed ordinati, poi batte la mano sul bancone, come un bimbo impaziente.

"ma cche mminchia è? finì la musica?"

gli orchestrali hanno riposto gli strumenti, sono candele spente.

"non si balla? ma cche è 'sto mortorio?"

una delle tre colonne di carne che lo hanno accompagnato, e che sovrintendono alla sua sicurezza personale, lancia in alto una mano che fiorisce pesantemente fuori dal polsino della camicia bianchissima, e schiocca le dita.

le rischiocca.

schiocca ancora all'indirizzo degli orchestrali, che non si muovono.

"che mminchia siti, suddi? aviti a'ricchi 'ntuippati? il Presidente voli sentiri muisica".

pian piano gli strumenti vengono rintanati nele loro custodie, accompagnati da dita sottili e delicate.

nessuno di loro suonerà questa notte.

altre quattro persone hanno fatto il loro ingresso nella stanza, e si sono piazzate indifferenti agli angoli del salone.

ora e adesso, qui, dobbiamo decidere, io e i soci, cosa fare.

i bozzi sotto le loro giacche non sono grumi di farina, e di certo sono fatti di metallo duro.

"sono venuto da pailemmo appositamente" comunica il [i]Presidente[/i], "al termine di un processo indecoroso, per passare una bella serata, per divettimmi e fare quattro salti. per allontanaimmi dall'aria fetente di una magistratura che ci scassa la minchia, che segue traiettorie ambigue e ben precise, finalizzate a spezzare le gaimbe a chi combatte ogni gioinno il malaffare e quella cosa indefinita e nascosta chissà dove che è la mafia... "

questa volta la mano la schiaffa dentro la ciotola senza grazia, violentemente, imprigionando una decina di arachidi che poi trasferisce in bocca, dove le mastica triturando buccia e seme.

"...e non mi piace questo silenzio improvviso e accusatore, questi sguardi velati e l'atteggiamento di supponente superiorità morale che mi buttate addosso."

salta giù dalla sedia.

"perchè io non ho nulla di cui veiggognammi, io domani sarò al mio posto dietro una scrivania" -si infervora battendosi il pugno contro il petto -"a fare il mio lavoro, a proseguire le mie battaglie, ad onorare la volontà di tutti quegli elettori che mi hanno fatto dono della loro fiducia, e del loro apprezzamento"

raggiunge il centro della sala, compulsa la solidità del pavimento con piccole battute di suola, poi riacquistando la terrificante placidità del suo sorriso paffuto quasi arrossendo ammette:

"e adesso voglio baillare".




non scorderò mai più quella scena.
nessuno di noi la scorderà mai più.


totò inizia a danzare.


senza musica, senza una sola canzone di sottofondo, se non lo schiocco delle dita delle sue guardie del corpo, che battono un tempo impossibile e scoordinato, che con occhi amorosi seguono quell'oscena pantomima, quella di un uomo sgraziato e corpulento che si concentra nel sogno di una danza, una tarantella che si nutre di saltelli e mani sui fianchi, di leziosi sorrisini e giravolte, via via più veloce e furiosa, ed allora ecco che il salone si riempie come di un odore di pesce marcio, di urla da mercato e bestemmie, di profumi strazianti di limoni e scogli battuti dal mare, mentre il Presidente agita le braccia in una danza che ormai è un singulto orgiastico, la caricatura spaventosa di un ballo liberatorio ed offensivo.

uno dopo l'altro i suoi uomini mettono la mano dentro la giacca.

mongo fa per avanzare, canella si alza, wardog si china cercando d slacciare qualcosa di splendente dalla sua caviglia, sotto al pantalone.

ma quelli tirano fuori soltanto delle virgole di bronzo e metallo, sottili linguette che poi perquotono con i pollici, muovendogli intorno le labbra.

è un "dooooooooooing" maranzanesco e languido, un vibrare ossessivo che copre tutto e ci immobilizza a guardare quel sabba solitario.

totò balla e balla e balla, e suda fino a che la sua camicia non è una chiazza scurissima nell'ombra, e pesta i piedi e saltella e gira e spinge le mani contro i fianchi come un'anfora di lardo e pelo, e sorride mentre come uno straccio i suoi capelli zuppi aprono una raggiera di sudore tutto intorno, un cerchio di liquido acre che lo distanzia da noi, dalla stanza, dalla notte, dal mondo, dalla giustizia.

spinge le pelvi in avanti, come penetrasse l'oscurità, trema solido ed insiste, rotea gli occhi dietro le lenti appannatissime, divarica la bocca senza curarsi della bava che sprizza come un'ostensorio blasfemo, e come un cane che punta l'angolo buio di una casa, li dove nessun altro vede nulla che il niente, danza e danza e scopa e fotte e chiava l'aria.


poi gode.


un orgasmo compatto e sugoso come una porzione di meusa palermitana sbattuta dentro due fette di pane caldo, gocciolante ed oscena e carnalmente viva.

totò viene, e poi crolla al suolo.

la sua danza è terminata.

i suoi uomini si fanno avanti e lo raccolgono delicatamente, gli nettano la faccia dalla saliva e dalla bava ancora sfrigolante.

gli occhi di totò sono pieni di piacere.
di soddisfazione.


lo portano via rantolante, ancora preda di continue eiaculazioni.



*


tutto si rimette in moto.

come se una mano malefica avesse pressato il proprio dito sulla pellicola di un vecchio proiettore superotto, congelando gli attori nell'ultima posa, impedendo loro di agire, muoversi, reagire.

e poi avesse lasciato che il film riprendesse.



"per chi era tutto questo?" mi chiede mongo, fissando la pozza sul pavimento dove il presidente della regione sicilia ha appena consumato il suo show mortificante.
"perchè proprio qui?"


lo sappiamo.
non osiamo dirlo.
non osiamo voltarci.
non abbiamo la forza di giraci a guardare i nostri ospiti fantasmi seduti attoniti al tavolo della saletta buia un po' in disparte.








HB

*(totò cuffaro, presidente della regione sicilia, il 18 gennaio è stato condannato a 5 anni per favoreggiamento. ha subito dichiarato di non avere alcuna intenzione di dimettersi, e si è detto sollevato dal fatto che la sentenza -favoreggiamento semplice- abbia dimostrato -a suo dire- che non ha favorito la mafia. del tutto indifferente al fatto che la sentenza specifichi che ha favorito singoli mafiosi, e che sia stato interdetto dai pubblici uffici. addirittura il giorno dopo ha festeggiato la sentenza offrendo ai giornalisti allibiti un vassoio di cannoli).


( da superZ, Tabacco e celluloide, (il salotto buono). )

giovedì

Ballata per Docu e la Puttana che non voleva saperne di lui.

(docu mette insieme le sue parole slavate e addolorate, troppo troppo retrò, un frammentato messaggio d'amore alla donna a pagamento per la quale ha perso la testa e che di lui non vuole affatto saperne. docu piagnucola inframmezando le sue giornate di pessimismo cosmico e scontentezza.
ma qui, all' HB's Cafe Americain, nell'oscurità fumosa, dove il rumore più dolce è il tintinnio ogni tanto di un bicchiere di scotch, bisogna che qualcuno parli al ragazzo, prima che il moccio gli si cristallizzi tra le narici e il mento)






docu, ragazzo...

ascoltami docu, adesso tu ti metti qui buono, o impazzito di rabbia come diavolo ti pare, ma ti metti qui e decidi se fidarti o meno di queste quattro o cinque lucciole rosse che ti brillano intorno con calma e pazienza, ok?

e la smetti di fare il poeta.

perchè vedi, docu, a fare il poeta quando si ha la testa dietro un culo e due tette e una bocca, specie se sono andate via col passo deciso e sicuro di chi se potesse ti sputerebbe in faccia un velenosissimo "non torno/resto neanche se ti vedessi aperto in due e con le budella di fuori" si rischia di diventare un fottuto piagnone romantico e spaccapalle (diomio, docu, perdere l'amore di ranieri?) peggio di un adolescente brufoloso e disperato e inconcludente e maledettamente retrò.

cosa che noi tutti siamo stati, un tempo, e per un certo tempo.

ma adesso, docu, ti dicevo, smetti di frignare e di martellarti dentro alla testa la solita girandola di pensieri e lamentele, come un pesto indigesto, ti slacci quel cavolo di ultimo bottone di camicia che tieni chiuso come ad impedire ad altro dolore di entrarti dentro, e se hai da dar fuori di matto e bestemmiare e vomitare e singhiozzare come un agnellino, docu, fallo, rotolati per terra e raggomitolati in un angolo e rischia di soffocare dalla rabbia e dall'umiliazione, docu,
ma poi vai in bagno, passati dell'acqua fresca sulla faccia e tra i capelli e torna qui,
svuotato,
ricomponiti su una poltrona e sta tranquillo che nessuno ti prenderà per il culo o ti darà della femminuccia, docu,
sentirai soltanto il fumo tirato e poi sbuffato in aria e nessuno ti guarderà nell'ombra con la compassione malcelata di chi si trova per la prima volta davanti un vedovo/orfano e non sa che dire o fare.

non c'è nulla da dire o fare.

è tempo che mandi il naso in giro in cerca di nuovi odori, docu.


se vuoi.



tendo la mano nel buio, so che una mano nel buio mi darà una cicca.



Nat king cole, Nature Boy

HB

( da superZ, Tabacco e celluloide, (il salotto buono). )

lunedì

L'ultima sigaretta di Enrico Mattei.

C'è freddo a Catania.

Enrico si stringe nel cappotto, ha il naso rosso e gli lacrimano un po' gli occhi, forse per il freddo, forse per quella polverina scura e sottile che svolazza per l'aria.
Si tasta la tasca destra del cappotto.

Sorride.

E' tanto che non fuma.

Cavolo, a che serve se no la bonaria burberia con la quale rimbrotta i suoi operai quando li becca con la sigaretta in mano, poi li chiama da parte e il suo sguardo si fa gelido come il metallo e sibila "qui, se salta tutto, non salti in aria soltanto tu ed io, ma il sogno di tutta l'italia"?

Sorride.

Con le dita intirizzite sfiora il parallelepipedo acquattato nella tasca.

Ha guardato qualche ora prima quel signore mesto ciucciare come da un filo d'erba saporitissimo boccate di fumo e poi lasciarle libere nel cielo siciliano, e quel cruccio tra le sopraciglia folte sciogliersi con calore come un dado liebig nell'acqua.

E allora ha chiesto ai suoi uomini di attendere un attimo, si è avvicinato allo sconosciuto, e gli ha chiesto una sigaretta.

L'uomo ha dilatato gli occhi, sarà pure un operaio di ultima categoria ma lui lo sa chi è quel signore alto ed elegante e ben rasato che gli punta contro il naso carnoso.

Quando gli chiede con l'imbarazzo di un ragazzino una delle sue sigarette, l'uomo mesto fino a qualche minuto prima scopre due virgole di denti non tutti bianchi, balbetta che un suo cugino lavora al petrolchimico di Gela e poi gli mette il pacchetto di nazionali in mano e gli chiude le dita sopra, come se incartasse con pelle ed ossa un regalo prezioso.

Sorride ancora, Enrico.

E sorride quando sale sul Morane Saulnier 760 che lo porterà da Catania a Linate.

Forse questa sera, 27 ottobre 1962, in balcone, fumerà la sua prima sigaretta dopo tanto tempo.




L'ultimo pensiero che gli gioca in testa, prima che qualcosa smetta di volare, è che forse se ne fumerà due, come quelle due zampe in più che tanti anni prima gli saltò in testa di applicare tra le costole di un cane nero.


Sorride.


Bum.






HB


( da superZ, Tabacco e celluloide, (il salotto buono). )

il Piede di Dio


(premessa: una certa silvia 79 ha invaso un forum (superZeta) con foto dei suoi piedi. brutti piedi. nelle foto indossa scarpe piumate, fa trampling sulle mutande stampate con banane wharoliane di un tipo e -soprattutto- lascia che l'acqua di bali deformi prospetticamente il suo piedone in una foto accanto ad una stella marina gigante. un giorno si scopre che la ragazza propone agli utenti del forum uno scambio via msn: lei mostra i piedi a fini erotici, loro devono regalarle delle scarpe da 90 euro, cui indirizza linkando una pagina e-bay. nell'immaginario collettivo è rimasta la foto con la stella marina)

***





* (tratto da "Memorie invertebrate di una Stella Marina", edizioni HB, capitolo "Io e Silvia 79")


dall'alto, all'improvviso, si materializzò accanto a me, nelle tranquille acque di Bali, quella massa bianchiccia di carne da sugo, stipata in una calza di pelle umana.

rimasi basita, terrorizzata, e negli anni a venire più volte mi sono chiesta come mai non ho scelto quel momento per fuggire, rotolando come la ruota pazza di una bicicletta da corsa.

io so perchè non fuggii: per la mia maledetta fede.

ebbene sì, lo ammetto: io, in quel preciso istante, tremante fino alle corde più segrete del mio essere una semplice echinoderma, io mi convinsi che quello fosse il Piede di Dio.

capite?

il Dio che ci fece a sua immagine e somiglianza: quell'enorme piedone grassoccio aveva come me cinque dita, come me puzzava di pesce e ventriglia, come me mostrava un colore malaticcio e malsano.

rimasi a guardarlo, senza avere il coraggio di sollevare oltre lo sguardo, tremante sulla sabbia bollente.

il Piede di Dio.

poi, e ancora adesso mi commuovo fino alle lacrime e tutte le mie braccine vibrano in un vortice di commozione e ripulsa, compresi che il Piede di Dio guardava proprio me.

forse è il mio momento, -pensai- la mia inutile vita di invertebrata sta per concludersi, Dio è qui per me e mi porterà via con se.

il Piede sgranchì le sue dita abnormi e ungulate, s'affossò maggiormente tra i granelli di sabbia e mosse correnti d'acqua tutto intorno a me.

il sole, alle sue spalle, mi impediva di guardare in viso Dio, ma l'ombra si raccolse nella forma di un corpo che si china in avanti, e oltre quella quintalata buona di caviglioni e cosce, pance e sottopance, menti e sottomenti, ecco che infine il Piede di Dio decise di rivolgermi la parola.

capite?

a me.

dapprima non capii bene cosa stesse dicendo, e attesi che il mio pseudocuore smettesse di palpitare all'impazzata.

il tempo sembrò fermarsi, e sentii chiaramebnte quella voce dolce e topogigiosa rivolgersi a me e dire, melliflua e furbetta:

"meeeeeee leeeeee cooompriiiiii le scarpette eleganti, sissì?".

le mie cinque braccine si arricciarono come davanti al cadavere di un topo, un fulmine di consapevolezza mi attraversò tutta e mi svegliò da quel sentimento di trance mistica e stupore.


"mavvedi d'annattene affanculo", mi sgorgò cristallino dalla bocca estroflessa.

e mentre disillusa e mortalissima stella marina mi allontanavo da quel piedone che nulla aveva di divino, riuscii soltanto a percepire, nel vento, la sua ultima disperata offerta:
"essettidò l'indirizzo e-bay?"


HB


(la foto del piede con la stella marina è di proprietà di silvia 79)

( da superZ, Fetish casalingo: alcune foto dei miei piedi. )

da morti siamo filoni di pane fragile.

mio nonno mi somigliava.

è inesatto: io somiglio a mio nonno.
stesse labbra carnose, ed un amore criminale per l'ironia.

ho visto morire mio nonno.
la sua morte è stata preceduta da una strana malattia, in realtà il picco massimo della sua fortunata e lunga vita.
pian piano si è spento, e ne sono stato testimone.

fin da ragazzino nei suoi confronti si era sviluppata in me una sorta di ossessione, un'anticipazione di futura memoria.

che io ricordi, gli ho sempre chiesto di scrivermi una lunga lettera da poter leggere, un giorno, quando non ci sarebbe stato più.

ho insistito sino a quando non sono stato abbastanza maturo da comprendere che quella richiesta era un post-it continuo sulla sua età avanzata.

non l'ho mai visto scrivere quella lettera.

mio nonno prima di morire non so se abbia incontrato dio, ma di certo ha incontrato un idiota.

un ministro di dio.

avete mai notato quell'aria febbrile e infervorata che hanno i preti quando possono, finalmente, fare da tramite tra dio e l'uomo?

parlo dell'ultimo atto, l'estrema unzione.

bene, esiste modo e modo di somministrarla.

ma una delle più stupide, se sei accanto al letto di un uomo che sta per morire, e che non sa di star per morire, è urlargliela, con spiegazioni annesse e connesse.

stai per morire, manca poco e dio ti aspetta.


un attimo prima, prendendolo da parte, ho chiesto al prete "non lo terrorizzi, io non so se lui crede in dio, ma se gli comunica a freddo che sta per raggiungerlo temo muoia prima di morire."

ha srotolato la stola, se l'è messa al collo ed ha letteralmente urlato l'estrema unzione.


mio nonno è sopravvissuto un'ora a quella recita stentorea.

devo dire fosse piuttosto calmo, durante l'ultimo giorno, ma quella consapevolezza terminale credo l'abbia turbato e spaventato non poco.


mio nonno è morto tra le mie braccia.

negli ultime settimane cadeva, se tentava di recarsi in bagno da solo.
cadeva e si procurava ferite.

la vecchiaia non sempre rende immuni dalla vergogna di farsi ritrovare per terra in un lago di feci.

quando mio nonno è morto, -qualche minuto prima che morisse-, il suo respiro ha iniziato a fare le bizze.

eccolo, ho pensato, questo è il rantolo.

uno scarico umano: tu sei un lavandino di carne vecchia e il respiro va e viene dal tuo buco nella gola.

è morto dopo un'ultimo atto di forza, sollevarsi (dopo giorni di immobilità) a sedere sul letto, in un urlo di paura.

io so già come abbraccerò mio figlio, un giorno, quando la notte si sveglierà di soprassalto terrorizzato da un incubo.

lo abbraccerò come abbracciai mio nonno.

e gli netterò i glutei sporchi di merda senza ribrezzo, come in un ultimo tentativo confuso di restituirgli il respiro praticai un'inutile respirazione bocca a bocca a quel vecchio moribondo, senza schifo per le sue labbra macchiate di vomito.

credo di aver spezzato un paio di costole a mio nonno, già morto, in un tardivo ed impreciso massaggio cardiaco.


mio nonno l'hanno portato via dopo due giorni.

da morti siamo filoni di pane fragile.

in due l'hanno sollevato rigidissimo, un bastone magrissimo in un vestito scuro, evitando di sbattergli il capo contro gli angoli e le maniglie delle porte, conducendolo al termine di un corridoio troppo stretto per portar dentro la sua cassa da morto.

me lo sono visto passare davanti come una sagoma dismessa.

ho svuotato io i suoi cassetti.

era li, sotto foto e scontrini.

la lettera.



negli anni, a spizzichi e bocconi, flash e annotazioni, aveva composto la sua lunghissima lettera per me.


ancora, dopo anni, non sono riuscito a leggerla.



HB



( da superZ, E-mail dei morti. )

racconto d'estate

(il racconto nasce da un gioco letterario lanciato su superZeta dall'utente balkan wolf. lui ha postato un incipit:

Sei su una spiaggia.
E' notte.
C'è un fuoco acceso.
Ti guardi in giro e scopri che sta arrivando...


ciascuno l'ha proseguito come ha creduto.

io, nella maniera che segue.)


***




nessuno.

non arriva nessuno.

anche questa notte si è presa gioco di me.

eppure c'è stato un tempo in cui bastava accennare al viaggio che avremmo fatto in polinesia perchè tirasse su col naso come una cavalla dalle froge di melassa, perchè arrotolasse le sue palpebre enormi su per quei suoi occhi a palla, e mi ficcasse la sua larga linguona in un orecchio moromorando "...Vittorio".

un tempo.

poi è bastato che il mondo mi tremasse sotto al culo, che anche i cani in giardino hanno rifiutato le crocchette al rhum se servite dalla mia mano.
e lei...

sempre più distanti da me quei suoi fianconi morbidi e caramellosi, quelle ginocchia tonde come spalle di lottatori di sumo.

ti amavo, Valeria, con la tenera minchioneria dell'ex ragazzino grasso e riccioluto, farcito di fogli da diecimila e con l'autista pronto a portarmi da casa a scuola e da scuola a casa, senza lasciarmi il tempo chessò, di fare a botte nel cortile e crescere almeno un pi' come un uomo.

pensavo che l'abisso più umiliante del mio fallimento come uomo -prima di incontrarti- fosse stato quello sputo in piena fronte la notte in cui Rita andò via, puntandomi la sua rossissima volgare unghia laccata e croata contro e sssssciorinando come frustate i titoli dei film prodotti da lei "da me, capisci? da me", alternando l'indice tra lei alta e schifata e me, pallottoloso e sudato figlio di papà.

papà.

resto immobile, i piedi ficcati nella sabbia gelida e ricordo d'improvviso lo sguardo sconfitto e disgustato di mio padre, tutte le volte che in lacrime sbavando lo supplicavo di non impormi la visone di ore ed ore di films, io volevo solo potermi appartare per qualche minuto in una stanza buia e lasciare scorrere metrie metri di pellicola, di quella proibita che solo una volta da ragazzino trovani ben nascosta nell'ultimo cassetto della sua scrivania, piena di tette e culi e di occhi azzurri e carne bianca tra ansimi in svedese e americano.

ma lui no.

fermo in poltrona accanto a lui a sorbirmi kili di sorpassi e armate Brancaleone, fino a schiattare di noia sublime.

quanti di voi hanno letto nero su bianco sul giornale la dichiarazione di vostro padre "mio figlio è un cretino"?

io si.

mio padre Mario l'ha fatto.

vittorio l'imbecille, vittorio l'idiota, vittorio attaccato al culo della mamma e che non sa fare un solo passo da solo.

poi tu.

Valeria.

notti di sesso fatte di sudore e piccoli infarti, io scivoloso come un'anguilla bigasluniana, lei la foce del mio fiume, lei la carne bianchissima da slinguazzare tra l'erba di quello stadio lasciato aperto di notte solo per noi.

Valeria.

quando sei andata via, santificata dall'essermi rimasta virtualmente accanto durante la crocifissione pubblica, girando sulle punte dei tuoi alluci grassocci, mi hai detto di avere sempre odiato il mio odore, la pellicola appiccicosa del mio sudore fiorentino.

guardo ancora il mare.

due giorni fa ti ho reincontrata per caso a casa di amici, le narici rosse e screpolate e nello sguardo l'assenza bovina che un tempo mi affascinò.

fatta e strafatta.

piangevi.

mi hai pregato di portarti via da li, che il mondo è cattivo e non luccica come una foto di lachappelle.

ci siamo allontanati, una corsa veloce fino al porto e poi in barca, il vento a soffiarti nei capelli matidi di sudore, come una gomena di carne pesante.

quanto dura una sbronza?

quanto dura la bugia della coca ti ti brillava come sabbia tra naso e labbra?

hai aperto gli occhi bovini e quella maledetta gargarozzante risata sarda t'è saltata fuori di gola come un guanto bagnato a colpirmi il viso.

"tu? qui? TU? vittorio?", e giù a ridere, manate sulle cosce senza poterti tratenere.

sono rimasto a guardarti inciampare sulle tue stesse caviglione, ruzzolare, ridere, "tu? Vittorio? qui?" e indietreggiare indietreggiare indietreggiare.

quando sei caduta oltre il bordo dello yacth, ho fissato la luna, improvvisamente nitida e fresca.

gorgogliavi.

non so se fossi ancora li, quando per la prima volta m'è parso che con la mia pisciata notturna in mare andassero via anni ed anni di umiliazione e non amore.

ho messo in moto, e sono tornato a riva.

...


è notte.
il fuoco si è spento.
e anche questa notte non è arrivato nessuno.

anche questa notte la mia sirena di dolore non verrà fuori dalle acque per me.




(da "La Vita Segreta di V. Cecchi Gori", di HB, Olympia Press)



HB


( da superZ, Giusto perchè siamo in estate... )

primo post in un forum porno

Titolo Topic:
che forum è questo? sono qui per caso.
Autore: senzapaura_54

*

buonasera.

anzi, non "buonasera", che poi magari vi fate un'idea del fuso orario dal quale vi scrivo. buon 8 agosto, ecco, che è vago.

ho scoperto il vostro forum per caso, proprio per caso, da un link su un sito di vocali e consonanti, mica cercando "sesso" o "porno" sul web.
trovo molto interessanti gli argomenti e i riferimenti ai film e agli interpreti.
mi piace il cinema.

ma non quello porno, parlo di cinema serio.

cioè, capita di avere qualche video un po' più particolare a casa, ma mica li compro.
a volte l'edicolante per errore lascia scivolare un dvd tra le pagine della Repubblica, ed io me ne avvedo soltanto a casa.
anzi, non la Repubblica, non mi va di dare indicazioni precise sulla mia area politica, diciamo che il dvd scivola casualmente nella mazzetta di quotidiani, tra repubblica liberazione il giornale e la padania.

non vorrei che il mio stile di scrittura potesse far si che magari qualche conoscente mi identificasse...

scusate quindi se adesso tenterò di modificarlo.

aò ciao raga, me trovavo a passà e me so mbattuto ne ste zzinne e culi, aò nun ce so venuto apposta me ce so trovato per caso sartanno da'n sito all'artro.


spero il mio scritto non vi faccia certo credere io sia di roma.

non lo sono.

cioè, non lo sono veramente, mica per sviare i sospetti, come uno che è di milano e per far credere che non lo sia scrive "non sono di milano".

cazzo.

non è che adesso per quello che ho appena scritto come esempio penserete che sono di milano?

où, frati miu, minchia chi beddu stu situ! ci capitai ppè puru casu, stava cicannu nto compiuter ricette ppì cucinari u pisci spada, e ppì sbagghiu mi truvai ni stu beddu postu ri pevvettiti e bottani.

no, no, un attimo.

non sono siculo.

non vorrei che adesso qualcuno pensi che lo sono.


dicevo che mi trovo qui per caso, mica per cercare donne.

cioè, non voglio dire che le donne non mi piacciono, anzi, dico solo che non sono qui per cercare donne.

azz.

il che non vuol dire che io cerchi uomini, eh?

dico davvero, mica come chi dice "non cerco uomini" per non far scoprire che è gay.

non sono gay.

allora diciamo che cerco donne, ok?

cioè, non le cerco ma poi se dico che non le cerco qualcuno potrebbe dire che sono checca e allora chiariamo subito.

sono qui per caso, dicevo.

non sono di quelli che gira e mette messaggi sui siti o che chatta o scrive sui forum per conoscere gente, o che usa nick finti o trolla o usa dei proxy per evitare che il suo ip venga tracciato identificato o riconosciuto, né che va a ficcare il naso in tutti quei posti dove si trova materale proibito che poi l' h.d. esplode a forza di cpnservarci dentro files e foto e chattate porno copiaincollate o scopate viruali su msn o filmatini di anal cum handjob/feetjob milf animal facial fetish bbw bdsm piss e poi quelle attricette dai visini puliti puliti da sporcare in mille maniere, e poi gli intovabilissimi snuff e tutte quelle porcate li.


arf.



mai scritto tanto su internet.
anzi, mai scritto su internet.

ho male al tunnel carpale a forza di scrivere.

cioè, anzi, mica lo so che si chiama tunnel carpale.

un attimo un attimo, non vorrei adesso che solo per aver scritto "tunnel carpale" si pensasse, si deducesse, si tirassero delle conclusioni e si affermasse che io sia un medico.

non sono un medico.

non lo sono davvero.

non sono uno strafottutissimo cazzo di medico.


lo sapevo.


lo sapevo che a forza di scivere poi vengono fuori indizi e particolari che..., cioè, indizi il cazzo perchè non sono affatto indizi, così come sarebbe sbagliato andare a ritroso a rileggere tutto per dedurre la mia città l'occupazione l'orientamento politico e mille altre informazioni che -CAZZO- è bene che restino riservate, anzi adesso mi sa che torno a rileggere tutto e cancello via fino all'ultimo particolare di quel che il mio hard disk contiene ed ogni riferimento alla mia persona e abitudini e...


ops.

cazzo.

ho postato.


non ci volevo entare o in questo cazzo di forum.

non mi volevo iscrivere.



cercavo solo un po' di figa.




moderatori... amministratori...

vi supplico...


bannatemi.




senzapaura_54





( da superZ, Fake d'autore )

pornografia da viaggio

una delle prime riviste porno trovate (e sfogliate) fu La Coppia.

non parlo delle sue ultime incarnazioni, sempre a correre dietro Fermo Posta che nel tempo le ha mangiato terreno sotto ai piedi.
parlo delle prime uscite.
foto amatoriali in b/n.

alcune copie capitava di trovarle accartocciate dall'umidità in campagna, o in case diroccate.

ma avevo modo di sfogliarle più comodamente in casa dei miei nonni.
un mio zio collezionava La Coppia.
ricordo alcune copie nascoste tra i suoi testi di medicina.

ma ne aveva anche una piccola scorta nascosta in macchina.
una 500 rossa.

ricordate la spalliera posteriore delle vecchie 500?
si ribaltava, ed era agganciata ad un nastro elastico.

li dietro stavano nascoste alcune copie.


spesso mi recavo ragazzino al mare con i miei nonni, a bordo di quella 500 , e la strada del ritorno, nel primo pomeriggo, era accompagnata dalla lettura nascosta e ansiosa di quelle riviste, ben attento che nessuno dei due si voltasse a controllare se dormissi.


a volte rubavo qualche copia e la leggevo con maggiore calma la notte, in camera mia, la lampada da comodino accesa e il dito sull'interruttore pronto a spegnere se si fosse avvicinato qualcuno.


piccola nota iconografica:
la particolarità di quel periodo della Coppia oltre alle foto inviate da casa, erano i servizi fotografici redazionali.

per un lungo periodo, i cazzi erano occultati sotto dei tubi a fisarmonica assurdi.

avete presente quel gioco degli anni '70, un tubo di circa un metro e mezzo di vari colori (verde menta, arancione) che roteandolo in aria produceva un suono?
quello.

i modelli indossavano (nudi) queste proboscidi surreali, e le modelle se ne ficcavano le estremità in bocca o tra le gambe.

altra particolarità che a suo tempo mi turbò (sempre su la Coppia): i nudi maschili erano praticamente assenti tra le foto amatoriali inviate, mentre quelli femminili -intendo quelli che andassero aldilà del semplice nudo- rappresentavano l'introduzione di piccoli oggetti, come boccette di medicinali vuote ,tappi di bagnoschiuma, bottigliette di succo di frutta o penne.

per un ragazzino che scoprisse la pornografia, un ambientino surreale...



qualcuno si ricorda le foto assurde di quel periodo su La Coppia?



p.s.
e contestualmente: qualcuno si ricorda quell'idiotissimo gioco del tubo musicale?

HB


( da superZ, Giornaletti Porno Abbandonati )

le mie paure

mi fanno paura le grandi masse incontrollate.


un timore non atavico, ma indotto.

a 14 anni con un amico, chiamiamolo Gaetano, lanciamo giù dal 4° piano dell'abitazione di un compagno di classe, Insolera, sputi e boli di saliva, che si spiaccicano tranquilli sull'asfalto caldissimo.

il tardo pomeriggio è noioso ed è un passatempo idiota, ma chi non è idiota a 14 anni?

poi -per variare- lasciamo cadere dritto dritto dal balcone un uovo.

colpisce sul seno una mamma, che spunta inopportuna da sotto un balcone e che tiene per mano un bambino

la sentiamo urlare che è esplosa la testa del figlio.



ovviamente non è vero è l'uovo che è esploso sulle tette della madre, ed è schizzato dappertutto.

è impressionabile, come tutte le mamme sicule sotto al sole.

con la nonchalance allarmata tipica di chi sente puzza di tragedia, facciamo per andare via quando sale dalla tromba delle scale un rombo impressionante.

almeno 30 persone salgono su rumoreggiando, si è diffusa la notizia -falsa- che qualcuno abbia lanciato dal balcone uno sgabello che ha spappolato la testa al ragazzino.

ci chiudiamo, io e il mio amico, a chieve in camera dell'infido Insolera, che nel frattempo, per salvarsi il culo, urla che l'abbiamo sequestrato in casa sua costringendolo a prender parte al lancio degli oggetti.

il corridoio è invaso da una fiumana di persone isteriche, che battono alla porta ed urlano "assassini".

io, che di solito sono piuttosto convincente, prendo a trattare col portavoce della folla, da una parte all'altra della porta.

intanto lo sgabello che avrebbe colpito il bambino facendogli esplodere la testa non so come si è trasformato in un televisore portatile.

le trattative vanno a buon fine, ci promettono di non farci la pelle e di lasciarci uscire dalla stanza.

appena la porta si apre, il perdfido Insolera, forse per rafforzare la sua incolumità, ci indica a dito urlando: "sono loro! sono loro!".

il mio amico fa qualcosa che non scorderò mai: stacca dalla parete una racchetta da tennis e la rotea in aria, terrorizzato, facendosi strada tra la folla che alla vista dell'arma si inselvaggisce come una muta di cani da caccia, decidendo evidentemente che la tregua è terminata e che è tempo di farci a pezzi.

io spingo la testa sotto il giubboto del pazzo che sta frullando la sciabola improvvisata in aria e come un treno folle percorriamo il corridoio sotto una gragnuola scatenata di pugni e calci.

scendere le scale è come sottoporsi allo schiaffo del soldato a guantanamo, tra guardiani tarantolati: gli occhi fuori dalla testa delle mamme indignate, le braccia tese e i pugni chiusi degli uomini, un'orchestra stonata e allucinata di grida e bestemmie al nostro indirizzo.

"assassini!"

appena fuori dal portone del palazzo, sull'asfalto del cortile quel bastardissimo frantumatissimo spappolatoissimo fragile uovo del cazzo.




dico, avrò motivo di temere le masse incontrollate e incazzate?



p.s.
squali e scarafaggi, ma in second'ordine.
come diavolo fa un uovo a trasformarsi prima in uno sgabello e poi in un televisore portatile?

( da superZ, Paure Ataviche )